Intelligenza artificiale e privacy: GDPR, rischi e responsabilità nelle organizzazioni

L'intelligenza artificiale raccoglie, analizza e usa dati personali su scala massiva. Per le organizzazioni questo significa confrontarsi con obblighi normativi precisi, a partire dal GDPR fino all'EU AI Act pienamente operativo nel 2026, ma la conformità normativa non esaurisce le questioni etiche che questi sistemi pongono. In questo articolo, Maria Luisa Galbiati, giurista esperta di privacy e nuove tecnologie, analizza i rischi per la tutela dei dati, il ruolo della profilazione automatizzata, i limiti della responsabilità legale e la posta in gioco sul piano etico.

Intelligenza artificiale e privacy nelle risorse umane

L’intelligenza artificiale tratta dati personali su scala massiva, creando tensioni con il GDPR e sollevando questioni di responsabilità legale ed etica ancora irrisolte. Le organizzazioni devono confrontarsi con obblighi normativi precisi, dal consenso informato al diritto alla spiegabilità, e con rischi concreti come il bias algoritmico nell’HR e la profilazione automatizzata. Il solo adempimento normativo non basta: serve un approccio che integri privacy, etica e governance fin dalla progettazione dei sistemi.

L’intelligenza artificiale (IA) sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella società contemporanea, ridefinendo le modalità di approccio a numerosi settori della nostra vita e del nostro stesso lavoro.

Tuttavia, il rapido progresso tecnologico, che porta a configurare la fase che stiamo vivendo come nuova ‘rivoluzione industriale’, solleva gravi interrogativi sullo stesso rapporto tra innovazione e tutela della privacy, ponendo al centro del dibattito non solo questioni tecniche e giuridiche, ma anche etiche e filosofiche. In particolare, emerge con forza la necessità di riflettere su come l’IA influenzi la nostra concezione di autonomia, responsabilità, finanche di coscienza.

IA e dati personali: i rischi per la privacy

Come sappiamo, l’intelligenza artificiale si nutre di dati.

Algoritmi di machine learning e sistemi avanzati di analisi predittiva richiedono enormi quantità di informazioni per apprendere, migliorare e generare risultati accurati, aprendo problematiche anche sul consumo energetico che viene richiesto ed impiegato. Naturalmente i dati spesso includono informazioni personali, frutto anche di profilazione, tra cui abitudini di consumo di singoli o gruppi, dati biometrici, preferenze individuali e perfino tratti psicologici.

La raccolta e l’elaborazione massiva di tali dati comporta rischi significativi per la privacy. Anche quando i dati sono anonimizzati, tecniche avanzate di correlazione possono consentire la reidentificazione degli individui. Inoltre, il confine tra qualificazione di dato personale e non personale diventa sempre più sfumato, rendendo difficile stabilire quando la privacy sia effettivamente tutelata.

In questo contesto, la privacy non può più essere considerata solo come un diritto individuale statico, ma deve essere reinterpretata come un qualcosa di dinamico, continuamente negoziato tra individui, organizzazioni e sistemi intelligenti.

Sorveglianza, profilazione e asimmetrie di potere

Uno degli aspetti più critici del rapporto tra IA e privacy, infatti, riguarda la possibilità di sorveglianza pervasiva.

Sistemi di riconoscimento facciale, tracciamento comportamentale e analisi predittiva possono essere utilizzati per monitorare individui e gruppi su larga scala. La profilazione automatizzata, in particolare, rappresenta un potente strumento di influenza. Attraverso l’analisi dei dati, le IA possono prevedere comportamenti, orientare decisioni e persino manipolare preferenze. Questo fenomeno è evidente nel marketing personalizzato, ma assume connotazioni più problematiche quando viene applicato in ambito sociale o addirittura politico.

Il rischio principale è la creazione di asimmetrie di potere: chi controlla i dati e gli algoritmi acquisisce una capacità senza precedenti di influenzare la realtà e ciò solleva interrogativi fondamentali sulla trasparenza, sulla responsabilità e sulla necessità di regolamentazioni efficaci.

GDPR e AI Act: il quadro normativo

Le normative sulla protezione dei dati, come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR 2016/679) in Europa, rappresentano un tentativo significativo di affrontare le varie problematiche, introducendo tra l’altro alcuni principi fondamentali, come il consenso informato, la minimizzazione dei dati e lo stesso diritto all’oblio.

Dobbiamo comunque riflettere sul fatto che l’evoluzione dell’IA pone sfide che vanno oltre ciò che le normative attuali prendono in considerazione, poiché, ad esempio, i sistemi di apprendimento automatico spesso rendono difficile capire e spiegare come vengano prese determinate decisioni. E ciò va a contrastare con il pur normato diritto alla trasparenza e alla spiegabilità.

Inoltre, la natura globale delle tecnologie digitali rende complessa l’applicazione uniforme delle leggi, tanto più se i dati e le tecnologie risiedono in paesi cosiddetti terzi rispetto alla legislazione europea, e anche le differenze tra giurisdizioni creano zone grigie che possono essere sfruttate da soggetti non solo meno scrupolosi, ma addirittura dediti a comportamenti illeciti. Con apertura di ulteriore fronte di necessario approfondimento riferibile a chi opera in ambiti che, appunto, possono a ragione configurare comportamenti ritenuti penalmente rilevanti e come tali sanzionabili e sanzionati.

Etica, privacy by design e bias algoritmico

Se il diritto stabilisce i limiti, l’etica invita a riflettere su ciò che è giusto fare, anche quando non è obbligatorio.

Con riferimento all’IA, l’etica si preoccupa di garantire che lo sviluppo e l’utilizzo delle tecnologie siano coerenti con valori fondamentali come la dignità umana, l’equità e la giustizia.

Un principio chiave è quello della privacy by design, che prevede l’integrazione della tutela della privacy fin dalle prime fasi di progettazione dei sistemi. Tuttavia, questo approccio richiede un cambiamento culturale: le organizzazioni devono considerare la privacy non come un costo od un ostacolo, ma come un elemento essenziale della qualità del prodotto.

Altri aspetti etici riguardano il bias algoritmico e la discriminazione. Se i dati utilizzati per addestrare l’IA riflettono pregiudizi esistenti, i sistemi rischiano di perpetuarli o addirittura amplificarli. Questo è particolarmente problematico in ambiti attinenti alla gestione delle risorse umane, del credito o della stessa giustizia.

Responsabilità, coscienza e il futuro dell’IA

Un ulteriore tema, sempre più rilevante, riguarda la relazione tra IA e coscienza. Sebbene i sistemi attuali non possiedano una coscienza nel senso umano del termine, la loro crescente autonomia solleva interrogativi sulla natura della responsabilità e dell’intenzionalità.

Quando un sistema prende una decisione che ha conseguenze reali, chi ne è responsabile? Chi deve risarcire gli eventuali danni prodotti?

Il programmatore, l’azienda, l’utente o il sistema stesso?

Questa domanda evidenzia i limiti delle categorie tradizionali di responsabilità, poiché se è vero che la responsabilità penale è sempre personale, nel nostro ordinamento giuridico, ai sensi del D.Lgs. 231/01 anche gli Enti rispondono, con sanzioni amministrative, di reati qualificati ‘presupposto’. E comunque, anche al di là del fatto che ogni reato fa residuare il diritto civilistico al risarcimento del danno prodotto, chi, anche se solo danno civilisticamente inteso (di natura contrattuale o extracontrattuale) lo risarcirà?

Si diceva anche delle implicazioni di carattere filosofico che le riflessioni che stiamo facendo comportano. Infatti, mentre nell’uomo la coscienza implica consapevolezza, esperienza soggettiva e capacità di riflessione e decisione conseguente, l’IA, per quanto avanzata, opera su basi computazionali e non possiede ad oggi una vera interiorità.

Tuttavia, la sua capacità di simulare comportamenti intelligenti può generare l’illusione di una forma di coscienza, con implicazioni rilevanti.

Ad esempio, l’interazione con assistenti virtuali o sistemi conversazionali può influenzare le percezioni degli utenti, creando relazioni pseudo-sociali. Anche questo profilo solleva interrogativi sulla trasparenza: gli utenti dovrebbero sempre essere consapevoli di interagire con una macchina e non proiettare sulla stessa l’illusione di un interlocutore che può comprenderli veramente nel loro più profondo sentire.

Il rapporto tra privacy e intelligenza artificiale richiede quindi un equilibrio delicato non solo tra innovazione e tutela dei diritti fondamentali, ma anche attraverso un approccio multidisciplinare che coinvolga tecnologi, giuristi, filosofi, psicologi, sociologi e non solo.

Integrare considerazioni etiche e riflessioni sulla coscienza nel dibattito sull’IA non rappresenta un esercizio teorico, ma una necessità pratica: solo attraverso una visione consapevole e responsabile dell’utilizzo dell’IA sarà possibile costruire un futuro in cui tecnologia e umanità possano coesistere in modo armonioso, preservando ciò che ci rende autenticamente umani.

Domande frequenti su intelligenza artificiale e privacy

Cosa prevede il GDPR riguardo all’uso dell’intelligenza artificiale?

Il GDPR non disciplina l’IA direttamente, ma ne regolamenta i presupposti: consenso informato, minimizzazione dei dati, diritto alla spiegabilità delle decisioni automatizzate (art. 22). Ogni sistema di IA che tratta dati personali deve rispettare questi principi.

Cos’è la privacy by design e perché è rilevante per l’IA?

È il principio che impone di integrare la tutela della privacy fin dalla progettazione del sistema, non come adempimento successivo. Nell’IA significa scegliere architetture, dataset e logiche di addestramento che riducano l’esposizione dei dati personali sin dall’origine.

Chi risponde legalmente dei danni causati da un sistema di IA?

Dipende dal contesto. La responsabilità può ricadere sul programmatore, sull’azienda che implementa il sistema o sull’utente finale. Il D.Lgs. 231/01 introduce anche la responsabilità amministrativa degli enti. L’AI Act aggiunge obblighi specifici per i sistemi ad alto rischio.

Cosa cambia con l’AI Act per le aziende italiane nel 2026?

Dal 2025-2026 i divieti sui sistemi di IA ad alto rischio entrano in vigore e gli obblighi di trasparenza diventano esigibili. Le aziende che usano IA in ambiti come HR, credito o monitoraggio dei dipendenti devono effettuare valutazioni di conformità e, in alcuni casi, notificare l’uso a un’autorità di vigilanza.

Come incide il bias algoritmico sulla gestione delle risorse umane?

Se i dati di addestramento riflettono discriminazioni storiche (di genere, età, provenienza), il sistema le replica e le amplifica nelle selezioni, nelle valutazioni o nelle promozioni. È un rischio concreto e documentato dell’IA applicata all’HR, che richiede audit periodici degli algoritmi. Chi lavora in ambito risorse umane può approfondire questi temi nel Master HR 4 Business di Next Talent Academy.

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Autore

  • Maria Luisa Galbiati, avvocato, docente Next Talent Academy

    Avvocato Cassazionista, esperta in diritto d’Impresa e diritto Amministrativo. Partner 24ORE. Formatore e consulente aziendale GDPR 2016/679 e D.Lgs 231/01, Normativa AI Act e L. 132/2025.

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